Saverio
Abbiamo emarginato Saverio, il nostro collega, senza volerlo.
«Non abbiamo mai invitato Saverio a uscire in nostra compagnia,» ha detto Serena a tutti noi che sedevamo al tavolo della mensa, «non gli chiediamo mai come sta, non scambiamo mai due parole con lui, ve ne siete accorti?»
Ci siamo guardati in faccia, alcuni di noi hanno smesso di masticare, forse a causa di quel senso di colpa che anch’io ho sentito emergere in contrasto con il boccone di spaghetti che stavo ingoiando.
«È vero Serena, hai ragione.»
«Sì, è proprio vero.»
«Serena, l’ho sempre detto che sei molto sensibile.»
«Serena, come darti torto?»
Michele ha inforchettato un gomitolo di spaghetti, l’ha posizionato davanti alla bocca e ha detto: «Ma è Saverio che si isola! Colpa sua. Ora per esempio dove sta? Potrebbe pranzare qui insieme a noi. Che fine ha fatto? Non l’ho mai visto qui in mensa.»
«Dài su,» ho detto, «non cerchiamo scuse, lo abbiamo fatto sempre sentire come un estraneo. Dobbiamo essere onesti. È naturale che ora si senta a disagio con noi.»
«Già, vi ricordate quella volta che Saverio si è presentato con due scarpe diverse?»
«E certo! Chi se lo scorda! Ah ah ah!»
La risata collettiva ha attirato gli sguardi di quelli che sedevano agli altri tavoli.
«Vedete come siete?» ha detto Serena. «Anzi, vedete come siamo? Mi ci metto pure io. Nessuno gli ha fatto notare la cosa. Lo abbiamo deriso per tutto il giorno senza preoccuparci del perché abbia messo due scarpe diverse. Magari era distratto perché preso da qualche problema, o perché è troppo stressato. Oppure, se solo avessimo riso insieme a lui di questo errore, lo avremmo fatto comunque sentire a suo agio, parte di una famiglia, del nostro gruppo di lavoro. Immagino che poi quel giorno se ne sia accorto che lo stavamo deridendo, perché ho avuto l’impressione che a un certo punto abbia fatto di tutto per non allontanarsi dalla scrivania e tenere i piedi lontani dai nostri sguardi.»
Questa è una storia di fantasia
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