Santo

Il terrore di diventare santo avrebbe devastato la mia infanzia. La catechista, un gasteropode che sgusciava con la testa da un rigido cappotto grigio scuro, diceva che la vocazione quando arriva arriva, non la puoi contrastare e raccontava nei dettagli agiografie di santi emarginati, picchiati a morte, scotennati, bruciati vivi. L’occhio storto della catechista mi intercettava sul fondo della classe e la voce cupa aggiungeva quella che a me suonava come una minaccia: «Tutti siamo chiamati alla santità!»

A otto anni conoscevo alla perfezione le rischiose tappe che potevano trasformare un comune uomo in un santo: apparizione di una entità divina; vocazione; impulso irrefrenabile di tagliarsi la chierica; impulso irrefrenabile di indossare sandali; pestaggio a morte del futuro santo da parte di energumeni; lunga agonia e morte del futuro santo.

 

Quando qualcuno mi descriveva come un bambino buono e gentile, ero attraversato da un brivido paralizzante e immaginavo, per esempio, i bulli del campo di calcio di Sarniana che mi legavano al palo della porta e mi uccidevano a pallonate, magari con una ventina di calci di rigore ben assestati. I miei genitori avrebbero pianto sul mio corpo esanime, ricoperto di sangue e di lividi esagonali con il perimetro delle cuciture del pallone. Sarei diventato Santo Qualchecosa protettore dei fabbricanti di palloni.

 

La notte mi nascondevo sotto le coperte al riparo da eventuali apparizioni divine e dalla conseguente vocazione, altrimenti l'indomani sarei stato colto dall'impulso di correre da Sergio il barbiere per farmi tagliare la chierica e avrei anche indossato i sandali rendendo visibili le dita storte dei piedi, e avrei indossato un saio che mia madre avrebbe ricavato cucendo con urgenza le tende scure del salone.

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Questa è una storia di fantasia
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