Il principe azzurro
Ho raggiunto con urgenza Giulia che, due divorzi alle spalle, sperava di incontrare finalmente il principe azzurro.
«Ma sei proprio tu?»
«Certo!»
Ho allargato le braccia assumendo una posa quasi vitruviana: «sono proprio io, il principe azzurro in persona! Volevi incontrarmi, giusto?»
Era quasi sera a Piazza San Babila, la luce di un megaschermo si rifletteva sullo specchio d'acqua tremolante della fontana, Giulia con due dita puntate sul mento ha detto: «Ti credevo più magro.»
«Bella mia, è il tuo disincanto. La tua immaginazione ne risente, ovvio che mi vedi con qualche chilo di troppo.»
Mi ha guardato come fossi uno scarafaggio nella minestra, ha detto: «Forse dovresti evitare la calzamaglia.»
«Devo restare riconoscibile. Mantello e calzamaglia sono i miei segni distintivi. Bello invece il tuo vestito!»
Giulia ha avuto un sussulto, quasi avesse dimenticato per un attimo se stessa, ha tirato il vestito sui fianchi, come a stirare impercettibili pieghe della stoffa, ho capito allora che si sentiva brutta. Le donne che si sentono brutte le riconosci quando si vestono bene: indossano gli abiti come se li avessero appena rubati, con la stessa ansia dei taccheggiatori che temono di essere scoperti dalla vigilanza.
«Allora eccoci qui!» ho detto per spezzare l'impaccio. Giulia ha detto: «Il tuo cavallo dov'è?»
«Sono venuto in metro.»
«Ma un principe azzurro senza cavallo!»
«Cara, sbaglio o spesso hai ceduto al fascino di uomini con la macchina di lusso?»
Giulia ha detto: «Beh, sì... ma che c'entra?»
«È ancora il tuo disincanto, cara. Non potevo certo scomodare un cavallo sapendo che avresti comunque preferito una Mercedes.»
«Capisco, ma non vedo l'ora di visitare il castello! Mi ci porti, vero?»
«Il castello? Oh, ma non ho più un castello da decenni!»
«Non hai nemmeno un castello?»
«Ma no! Con quello che pagavo di tasse, figurati! E poi il castello è da sfigati. Tanto spazio vuoto amplifica la solitudine.
Questa è una storia di fantasia
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