La veggente

L'anno scorso alla stazione Puerta de Atocha di Madrid una veggente, ferma tra la folla brulicante nel via vai dei treni, volle predire il mio futuro. Lo fece in un modo che a me sembrò violento: afferrò il mio braccio e voltò il palmo per leggermi il destino. Fu la prima volta che percepii la mano come una parte intima del corpo, quasi temessi davvero che quella donna potesse scoprire i miei più profondi segreti: «Succederà presto qualcosa che stravolgerà la tua vita» disse. Indicava la piccola cicatrice che mi ero procurato da bambino cadendo su un sasso appuntito e che da allora spezza una linea naturale del palmo e, a quanto pare, del mio destino.

«Non morirà nessuno, ma è qualcosa che assomiglia molto alla morte.»

Tirai via la mano come per evitare un'ustione e congedai la veggente con i pochi spicci che trovai nella tasca dei pantaloni. La mancia era più per farla tacere che non per ringraziarla. Mi allontanai infastidito.

 

Ora so che quella veggente aveva ragione. Su quel punto della mia mano tu ci sei sempre stata: una piccola cicatrice sulla curva dell'esistenza. Non ci vedremo mai più, come tu hai deciso. Rispetterò le tue scelte e queste sono le ultime notizie che avrai di me. Ho le valigie pronte sul letto, un biglietto per il prossimo volo, la giacca incellofanata in un odore fresco di lavanderia. Il taxi tra mezz'ora sarà davanti all'hotel. La finestra della mia stanza affaccia su una piazza piena di gente nonostante il brutto tempo. Fuori è tutto grigio, il cielo livido vuole abbattersi sui palazzi. Ho affidato a ognuno dei passanti un pezzetto del mio sconforto, immaginandoli come insetti che pazientemente decompongono un corpo ormai privo di vita fino a farlo sparire. Nessun sollievo, tanto meno quando sfoglio le tue foto sullo smartphone. Dovrei distruggerle, ma non trovo ancora il coraggio.

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Questa è una storia di fantasia
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