Bambino triste
Aspetto una tua lettera da almeno quarant'anni, ma conoscendoti riesco a comprendere i motivi di tanto ritardo. Qui a Baltimora gli infermieri sono gentili e divertenti. Prima delle feste mi hanno convinto a vestirmi da Babbo Natale. Se tu mi vedessi faresti fatica a distinguermi da quello vero, insomma intendo da quello che tutti immaginiamo. Sono ingrassato molto e ho lasciato crescere barba e capelli. Ovviamente non avevo slitta e renne, ma due infermiere mi spingevano su una sedia a rotelle lungo i corridoi e poi nelle varie stanze. Distribuivo sacchetti di dolciumi, tranne un libro per la signora Harper che ha il diabete. La signora si è anche commossa: è rimasta nella sua camera a piangere per non so quanto tempo. Ora gli altri ospiti della casa di riposo continuano a chiamarmi Babbo Natale, anche dopo le feste, cosa che un po' mi inquieta. Tutto questo però mi ha ricordato le sere prima di Natale di tanti anni fa, quando attento a non svegliarti entravo in camera tua cercando la lettera che avresti dovuto scrivere a Babbo Natale, ma trovavo sempre il foglio bianco abbandonato sulla scrivania. Eri un bambino taciturno e incline alla malinconia e non perché tu non credessi all'esistenza di Babbo Natale, ma probabilmente – ora lo capisco – ti infastidiva l'idea di scrivere lettere a un uomo così stupidamente ottimista e gioioso. Neanche tu avresti saputo spiegare cosa ti rendesse così triste, e chiederti perché lo fossi sarebbe stato come chiederti perché non sei biondo, o perché non sei un albero o cose del genere. Essere felice non fa parte della tua natura, punto, e forse è solo chi ti circonda a farsene un problema, non tu.
Tua madre raccontava, sempre con un brivido, di quella volta che al parco ti invitò a unirti al gioco degli altri bambini e tu le sussurrasti all'orecchio che desideravi morire. Avevi solo sette anni.
Questa è una storia di fantasia
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