La guerra di fine anno

Le esplosioni di mezzanotte mi si gonfiano in gola e nel petto, fanno rotolare il cuore giù da una scala, solidificano il sangue, bruciano l'ossigeno. Un acufene, nell'intervallo tra i botti, si sovrappone a tutti i rumori che produco nella fuga: i miei passi svelti, le chiavi che cadono a terra, le porte che si chiudono. Avrei fatto meglio a scegliere le scale. Nell'ascensore temo di rimanere in trappola, sospendo il respiro fino al pianoterra. Corro, la strada è deserta, i fari di poche auto muovono bagliori sugli incroci distanti, gente grida dalle terrazze, dai balconi, dalle finestre, piogge di luce si dissolvono tra i palazzi.

Alcuni giovani si rivelano all'angolo di una via, gridano verso di me, sollevano calici al cielo: «Auguri! Buon anno!»

Uno solleva la bottiglia in aria, rivolto a me dice qualcosa che non capisco. Corro ancora, corro contro la riluttanza dei muscoli, il cielo tuona, inciampo e perdo il ritmo, ogni botto è più forte dell'altro, raggiungo l'estrema periferia, il mondo esplode sulla mia testa, i tuoni gonfiano l'aria, i lapilli tracciano vene di luce su una lavagna di cielo nero.

Raggiungo il limitare del bosco, l'umidità dell'erba penetra nelle scarpe, i rovi mi frustano la faccia, una spina mi sfregia la guancia: si fa vivo il bruciore di un graffio. Corro ancora nel buio, tra i rami. Un flash di luce, filtrato dalle fronde, illumina la bocca spalancata di una grotta. Mi rifugio lì dentro, i botti giungono attenuati, così come i ricordi.

 

Le esplosioni nel mio paese erano la voce gigante della morte. Verso sera spegnevamo le luci, nascondevamo le finestre ai soldati. La città era una brace lontana, bruciava nella pancia della notte. Le esplosioni imitavano per un istante la luce del giorno, le vibrazioni viaggiavano nei muscoli della terra, arrivavano a noi, ci restavano appese al petto come un gancio di piombo.

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Questa è una storia di fantasia
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