L'iride e l'avvoltoio

La ragazzina bionda aveva forse un anno meno di me, la conoscevo solo di vista, quando le passai accanto lei raccolse da terra una manciata di breccia e la lanciò sulle mie gambe. La polvere, come farina, lasciò una serie di punti bianchi sulla stoffa scura dei bermuda.

«Ma che fai! Sei matta?» dissi, «guarda che hai combinato! Ora chi glielo dice alle suore?»

La ragazzina disse: «Quando saremo grandi mi sposerai?»

«No! Che ti viene in mente?»

Lei fece sparire il sorriso nel taglio dritto delle labbra serrate, poi domandò: «Perché passi sempre qui? Sai che non ti dovresti avvicinare al reparto femminile?»

«Vengo solo a passeggiare! Che c'è di male?»

«Dovresti tornare laggiù con loro» disse indicando un punto lontano del cortile.

«Non mi va di giocare a pallone. Preferisco passeggiare.»

I tratti del suo viso si adeguarono a un nuovo sorriso: «Pensavo passassi qui per me.»

«Per te? Tu devi essere mezza matta!»

«Allora perché ogni giorno passi qui e mi guardi?»

«Ma io non ti guardo! Sei tu che mi guardi!»

Un paio di ragazzine immobili ci osservavano da lontano, altre giocavano a rincorrersi davanti alla grande porta a vetri dell'atrio. Passando la mano sulla stoffa tentavo in vano di togliere i puntini bianchi, ma avevo solo prodotto un grande alone bianco all'altezza della coscia.

«Perché non vuoi sposarmi?»

«Perché non mi va di sposarti! Non so nemmeno come ti chiami.»

«Michela. Mi chiamo Michela. Ora mi sposerai?»

«No! Non sposerò nessuno.»

«Che brutto carattere che hai!»

«Certo che ho un brutto carattere! Qui in collegio mi ci ha portato un avvoltoio.»

«Ah ah ah, un avvoltoio? Ma che scemenze dici?»

«Me lo dice sempre suor Maria. Me lo dice ogni volta che mi mette in punizione. E me lo dirà quando vedrà questi pantaloni ridotti così. Mi dirà che i ragazzini buoni li porta la cicogna, gli altri invece li porta l'avvoltoio. Io sono uno di quelli.»

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Questa è una storia di fantasia
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