Il vuoto

La casa aveva il solaio sfondato. Un cratere buio si apriva proprio al centro della cucina, un altro all'angolo del salone. Attraversavamo il vuoto camminando in equilibrio su assi di legno. Gli squarci bui del pavimento emanavano umidità, odore di muschio e muffa. Le pareti erano livide, gli intonaci gonfi e spellati. I letti erano assicurati al soffitto con corde e catene, così da evitare che all'improvviso durante la notte il pavimento potesse crollare e ingoiarci. Di notte il rumore del flusso delle acque risaliva dal sottosuolo mischiandosi allo squittio dei topi e ai sogni. Era stato così, per anni.

 

Matilde era rimasta incinta a diciassette anni, io ne avevo solo due più di lei. I nostri genitori ci avevano costretti al matrimonio. Le famiglie unendo i loro pochi risparmi ci avevano donato quella casa di campagna fatiscente che con il tempo e la pazienza – ci assicuravano – avremmo sistemato. Matilde aveva perso il bambino pochi giorni prima del trasferimento nella casa. Eravamo entrati con un paio di valigie e qualche coperta.

 

Raggiungevo la città con un vecchio motorino. Lavoravo in un magazzino tessile, mi sfiancavo, guadagnavo una miseria. Tornavo a casa tardi, trovavo Matilde in piedi davanti alla finestra. Parlavamo poco. Per quello che ne so Matilde trascorreva intere giornate a esplorare la fitta vegetazione della campagna che ci circondava. Non usciva mai, non aveva modo di raggiungere in autonomia la città e si vergognava a invitare le amiche: «Questa non è la casa per viverci, per ospitare amici e tanto meno per crescerci un figlio» diceva, «è solo un posto dove lasciarsi morire lentamente.»

Non era vero.

L'anno successivo avevamo appeso al soffitto nuove corde e catene per sostenere la culla di Elena: un guizzo di vita e di gioia. Elena rivelava un carattere risoluto e solare già nei primi anni di vita.

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Questa è una storia di fantasia
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