Il nido

Rita mi chiamò con tono allarmato, la voce proveniva dal giardino dietro casa. Gettai il giornale sul divano, nei limiti permessi dalla mia artrite raggiunsi di corsa il giardino. Rita era chinata a terra davanti alle lenzuola stese tra le due querce.

«Guarda, poverino!»

Indicava un uccellino adagiato sull'erba che allargava le ali non ancora piumate e spalancava il becco in un grido muto.

«Sarà caduto dal nido» dissi, «mi hai fatto prendere uno spavento!»

«Cosa facciamo?»

«Che ne so?» risposi, «telefona a tua figlia, chiedile di leggere su Internet.»

Rita si tolse il grembiule da cucina, lo modellò in una specie di nido, prese delicatamente l'uccellino e lo depositò nella cavità della stoffa.

«Non puoi chiamarla tu, tua figlia?» mi domandò.

«Non se ne parla. Torno dentro.»

«E mi lasci qui così?»

«Eh! Non è mica un cucciolo di elefante! Puoi cavartela da sola.»

 

Tornai nel salone, sistemai il giornale che si era un po' spaginato, affondai nel divano e ripresi la lettura delle notizie di sport. Rita mi raggiunse una mezz'ora dopo, aveva quella specie di nido in mano, si sedette al lato opposto del divano.

«Ho sentito tua figlia» disse, «mi ha spiegato cosa devo fare. Su Internet c'è tutto.»

«Bene.»

Silenzio. Giornale.

«Come lo chiamiamo?»

«Cosa?»

«Questo piccolino! Gli vorrei dare un nome.»

«Boh, dagli il nome che ti pare.»

«E non puoi aiutarmi? Hai tempo solo per quel giornale?»

«Senti Rita, non ho più l'età per dare un nome agli uccelli caduti dal nido. Non ho dato un nome nemmeno al mio uccello che non vola più da un pezzo.»

«Vaffanculo! Me ne vado di là con Cip.»

«Ecco, brava... Cip, bah, che fantasia.»

 

Rita accudiva Cip con estrema dedizione: gli parlava quasi fosse un bambino, gli portava da mangiare, lo coccolava. Non la sentivo più usare certi toni da quando trent'anni prima faceva il bagnetto ai nostri figli.

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Questa è una storia di fantasia
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