Dalla parte di Augusto

Non sapevamo che il bambino della foto fosse nostro fratello: un bambino seduto davanti alla finestra, braccia incrociate, lo sguardo rivolto verso l'esterno, i piedi penzoloni con scarpe nuove e lucide, la testa raccolta in un colletto alto di camicia bianca, il viso privo di ogni accenno di stupore, come se del mondo sapesse già tutto. Io e Anna lo credevamo un estraneo perché nessuno, né i nonni, né la precettrice, né la mamma - che quella foto la teneva sul comodino - aveva mai nemmeno tentato di parlarci di Augusto.

 

I giornali hanno dedicato molto spazio al mio nome quando ho preso a pugni un critico d'arte sconosciuto, trascurando invece il successo della mia precedente mostra al Palazzo delle Esposizioni intitolata "Dalla parte di Augusto", con il flusso di visitatori più alto mai raggiunto nella mia vita artistica. Quel critico, senza conoscere affatto le dinamiche famigliari alla base del tema ricorrente delle mie opere, si era limitato a mettere in fila considerazioni spicciole e offensive sul piano personale. Alla prima occasione gli ho spaccato la faccia. Lui mi ha denunciato per lesioni personali e in tribunale sono stato costretto a raccontare cose che avrei preferito tenere per me.

 

Sono tornato indietro nel tempo, nella grande villa, al momento in cui il nonno durante un affollato pranzo di famiglia si alzò in piedi e disse: «Non credete che sia giunto il momento di raccontare ai ragazzi del loro fratello?»

Alcuni dei commensali, isolati in un improvviso silenzio, restarono a testa bassa fingendosi interessati al luccichio dell'argenteria, altri guardarono la mamma, che prima confrontò la sua fragilità con il cristallo dei calici, poi crollò in un pianto improvviso e si ritirò in camera per qualche ora.

A questo evento seguì un silenzio persistente, l'impossibilità di incrociare gli sguardi di mamma e di papà.

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Questa è una storia di fantasia
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