Restare al decimo piano è difficile, tanto che in quarta elementare ero già scesa al nono piano, che è un piano direi di decantazione e di disincanto, il piano dove cominci a capire che non hai tutte le carte in regola per vivere al piano superiore, che non hai gli enzimi per elaborare le delusioni, e che però puoi cavartela tornando sopra di tanto in tanto, quanto basta per campare, e comunque non scenderai di sicuro al piano inferiore, almeno speri. Penso a questa cosa dei piani alti e bassi col sapore dolce amaro in gola mentre la signora in ascensore mi guarda con insistenza, allora mi volto e sullo specchio noto che ho la bocca sporca di cacao, cerco in tutta fretta un fazzoletto nella borsa, mi pulisco invasa da un senso di colpa, nemmeno fossi una omicida svelata dalle tracce di sangue, e la signora gira lo sguardo da un'altra parte perché forse ha capito che io ho capito e questo la imbarazza, perché magari potrei essermi offesa, infatti non mi guarda più e scende al piano successivo. Insomma, alle elementari ero già scesa al nono piano, forse per colpa di mio padre che era sempre via per lavoro e suo malgrado mi faceva sperimentare l'abbandono, o magari per colpa di quel ragazzino che non mi degnava di uno sguardo e ronzava intorno a Marisa, bella più di me certo, per quanto antipatica. La incontro ancora oggi in qualche supermercato, Marisa, un saluto appena accennato, sicuro vive ancora al decimo piano del grande condominio della vita e nonostante l'età e due gravidanze si chiama ancora Marisa, non è mai diventata Marisona, Marisotta o roba del genere. Mantiene bene il suo nome, anche con un po' di palestra immagino, spinge il carrello come fosse un calesse trainato da cavalli bianchi e ha sempre avuto (forse ce l'ha ancora) uno stuolo di uomini ai suoi piedi.

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Questa è una storia di fantasia
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