Il quinto piano
Ve lo dico io perché tutti ingrassano e perché c'è questo esercito di donne come me che si ficca due dita in gola per vomitare, e lo so da quando mi chiamano Sarotta e non più Sara, perché i nomi sono come i vestiti che a un certo punto non ti stanno più bene e ne devi prendere di più larghi e non dico che riuscirò ancora, un giorno, a farmi chiamare di nuovo Sara, ma almeno vorrei evitare Sarottona, che è tre o quattro taglie più di Sarotta e sarebbe difficile poi fare pace con questa fame che mi sveglia di notte e mi prende alle spalle quando sto per uscire da casa, magari già in ritardo, proprio come ora che gli amici mi aspettano alla serata karaoke, ma torno di corsa in cucina per una merendina al cacao, mi piace troppo quel retrogusto un po' dolce e un po' amaro quando scendo giù in ascensore. Ecco, l'ascensore, giusto, perché è di piani che devo parlarvi, è tutta qui la questione, infatti immagino – con un po' di confusione, lo confesso – che l'esistenza sia come un palazzo di dieci piani, un enorme condominio, e che l'ultimo piano sia quello ambito da tutti, ma non a tutti concesso, lì dove senza farti alcuna domanda sul senso della vita ne percepisci comunque la pienezza, una sorta di sazietà esistenziale che ti appaga ogni giorno, intendo anche senza dover ingoiare merendine al cacao. Anch'io, quando mi chiamavo ancora Sara, anzi, addirittura Saretta, ero al decimo piano di questo palazzo della vita, quello dove tutti noi vorremmo restare per sempre, quello che è facile abitare quando si è bambini: è il piano dell'amore reciproco, dove aleggia una sorta di benessere, dove tutti ti cercano, ti sorridono, ti abbracciano, si accorgono che ci sei.
Questa è una storia di fantasia
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