Ciuccio criminale
Legare il ciuccio del piccolo Luciano al filo di un palloncino pieno di elio, che prendendo quota gli avrebbe sfilato per sempre il vizio dalla bocca, un vizio che certo non si addice a un bambino di quasi quattro anni, ci era sembrata una bella idea, peraltro ormai di moda tra questi educatori dei social network che propongono soluzioni prêt-à-porter per genitori stanchi. L'avevano fatto i nostri vicini sul loro balcone pochi mesi prima con il piccolo Filippo: il bambino aveva allentato il morso e il palloncino, tra gli applausi dei condomini affacciati sui balconi, gli aveva sfilato il ciuccio portandolo rapidamente nell'azzurro del cielo. Filippo aveva versato qualche lacrima, però gli applausi, la festa e i regali avevano presto lenito il suo dispiacere.
Ora, se non conoscete mia moglie Clara e la sua esuberanza, non avreste messo in conto che al posto di un singolo palloncino di elio avrebbe preteso un bel grappolo di palloncini colorati che, secondo lei, avrebbe trasformato il rituale della sottrazione del ciuccio in un giorno che nostro figlio Luciano avrebbe ricordato per il resto della vita.
Un sabato mattina ho gonfiato uno a uno i palloncini con l'elio, ho annodato il filo di ciascuno alla ringhiera del balcone e giunto a contarne circa una ventina ho domandato a Clara: «Possono bastare?»
«Ma no! Ancora!» ha fatto lei. Ne ho gonfiati altri dieci e altri dieci ancora, ho esaurito tre bombole di elio al punto che probabilmente chi vedeva la scena da lontano ha pensato che volessimo far decollare la palazzina.
«Li ho gonfiati tutti» ho detto. Avevo le dita indolenzite dai tanti nodi ai palloncini. Ora che la luce del sole si eclissava dietro un caleidoscopio gommoso, Clara ha chiamato Luciano: «Vieni a vedere, tesoro di mamma! Guarda! Guarda quanti palloncini ha gonfiato papino!»
Luciano è rimasto immobile, dietro il ciuccio si percepiva l'arco di un sorriso che, presto, avremmo spento.
Questa è una storia di fantasia
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