«Adesso,» ha detto Clara, «faremo fare al tuo ciuccio un gran bel viaggio.»
Luciano sembrava non capire. Intanto, aiutandomi con pezzi robusti di nastro telato, mi davo da fare a innestare tutti i fili dei palloncini su un moncone di corda più sottile, così da semplificare il nodo sul manico del ciuccio. Luciano non guardava le mie mani, ma il fondo dei miei occhi. Il nodo era stretto. Clara ha fatto un cenno di approvazione, ha detto: «Sei pronto a lasciar volare il tuo ciuccio, bello di mamma?»
Luciano ha mugolato e non appena ha avvertito la forza di trazione sul ciuccio, ha serrato le mascelle e istintivamente si è aggrappato ai fili dei palloncini che in un batter d'occhio lo hanno strattonato via dal balcone e trascinato a una quota dove le mie mani annaspavano in aria senza riuscire ad afferrarlo.
«O santo cielo! Prendilo! Prendilo!» diceva Clara. Per un attimo ho avuto l'impressione di riuscire a raggiungere la sua caviglia, per poco non ho rischiato di sbilanciarmi e cadere giù dal balcone. Questa specie di mongolfiera di palloncini, dove Luciano faceva la parte del cestello, galleggiava sul parcheggio condominiale. Presto là sotto si era già schierata gente che alzava le mani in aria e gridava: «Resisti ragazzino! Ora ti prendiamo!» oppure: «Chiamate i pompieri!» oppure: «Disgraziati, cosa avete fatto?»
I disgraziati eravamo noi ovviamente. Sono corso giù nel cortile, non sapevo cosa fare, le gambe di Luciano pedalavano nel vuoto, la mongolfiera lo trasportava nel perimetro di cielo definito dalle palazzine, mi muovevo tra le tante persone accorse nel tentativo di riuscire a risolvere l'emergenza. Un uomo si era arrampicato sui rami di un albero del cortile, perché in effetti il grappolo di palloncini sembrava dirigersi proprio da quella parte, altre persone con il telefono sospeso in aria riprendevano il volo di Luciano.
Questa è una storia di fantasia
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