La testa in lavatrice

Stammi a sentire: ho messo la testa in lavatrice, programma per i pensieri delicati. Ho versato una dose di ammorbidente, quel tanto che credevo sufficiente per lenire certi dolori. Ma sono rimaste macchie, aloni, strani odori. Hai presente quel profumo di bucato? Proprio quello cercavo, quell’idea di pulito. Tu come distingui il tessuto dei pensieri? Hai forse pensieri di lana per proteggerti dal freddo? Pensieri di seta o cotone per le belle giornate di sole? Come fai a evitare che perdano colore? Ecco, non vorrei capitasse come l'anno scorso, quando un pensiero scuro ha macchiato tutti gli altri panni e si è fatto scuro il mio intero guardaroba: ho indossato solo abiti scuri e si sono fatti scuri pure i giorni e i mesi.

 

Le angosce lasciano macchie aggressive: dicono che andrebbero lavate a mano, con buone dosi di distrazione e passeggiate e chiacchiere all’aperto, strofinando tutto forte a denti stretti. Certe angosce comunque non le potrai mai cancellare, devi fare finta che siano uno strappo: o ci cuci sopra una toppa o butti via tutto. Su questo sono rassegnato. Non so come fai tu.

 

Ho fatto durare il lavaggio a lungo: volevo dimenticare il suono dei telefoni, i rumori delle strade, gli impegni, le bollette, le scadenze, le parole mai dette, le pubblicità, i social network, internet, i desideri, le delusioni, la televisione, la radio, i notiziari... Volevo dimenticare forse ogni cosa. Ho sperato di uscirne non pulito, ma nuovo. Volevo essere la mente di una piuma, una piuma che disegna un lento zig zag cadendo nel vuoto; una piuma bianca e leggera contro un cielo azzurro e limpido. Zig zag, lentamente.

Fuori dall'oblò il mondo era un vortice, sapevo che lì ad aspettarmi c'era il resto del mio corpo, stava seduto sulla sedia davanti alla porta finestra, inerme contro il delirio della città.

 

La lavatrice ha emesso un bip. Fine lavaggio. Il mondo ha cessato di girare.

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Questa è una storia di fantasia
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