Le ragazze
Papà va a prendermi le ragazze poco fuori Roma, sul ponte della Traversa del Grillo, un luogo noto per i suicidi. Papà sostiene che, da quando lì ci sono le ragazze, meno uomini si buttano nel Tevere. Lui ha questa strana idea: tu vai là disperato per suicidarti, arriva una ragazza, ti fa un pompino e ci ripensi. Insomma, secondo papà le ragazze possono salvarti la vita.
«Papà, guarda che non voglio morire!» gli ripeto.
«Nun se sa mai, mejo prevenì» fa lui, «te vedo troppo pensieroso urtimamente.»
Papà spesso si porta dietro pure mamma, così se la polizia dovesse sorprenderlo sul bordo della strada in procinto di caricare una ragazza lui potrebbe sempre spiegare con maggiore credibilità che abbiamo tentato in tutti i modi di averne una tramite la ASL, per le vie regolari, prima di ricorrere alle vecchie maniere.
Mamma tiene nella borsa tutti i documenti per attestare i tentativi falliti della ASL, ma li usa più spesso per parlarne al telefono con le amiche e lamentarsi, dati alla mano, dello Stato e della Sanità: «Quello ormai è 'n omo, cià i bisogni che cianno tutti. 'Sta sanità è 'na vergogna!»
Dice cose così, per ore.
La mia ragazza preferita è Teresa. Non so nemmeno se sia il suo vero nome, ma deve essere il nome italiano che più assomiglia a quello reale. Teresa a differenza delle altre ragazze resta sempre qualche minuto dopo il sesso: mi parla, mi fa domande, mi racconta cose della sua vita. Il mese scorso, ad esempio, si è accorta che le stavo guardando i capelli e mi ha domandato se avessi voglia di toccarli. Ho esitato a dire sì. Teresa ha sorriso, ha afferrato la mia mano, l’ha fatta scivolare su quei fili di seta nera, per un momento ho avuto l'impressione che fossi davvero io a compiere i movimenti. Ho scoperto che i capelli sono aggrappati all’anima, come le radici degli occhi.
Questa è una storia di fantasia
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