La seconda volta

Mi ubriacavo già da un pezzo quando Ada smise di tingersi i capelli. Aveva smesso anche di parlare del dolore della sua mancata maternità. Mi ero presto tirato indietro dal sesso medicalizzato, da quelle scopate programmate e segnate sul calendario come una festa comandata, dagli appuntamenti con i dottori che lucravano sul suo sogno di stringere una creatura al seno. Una sera nel parcheggio avevo chiuso la faccenda dicendo: «Rassegnamoci, Ada.»

Lei era rimasta a piangere in macchina per qualche ora, poi mi aveva raggiunto in casa e non avrebbe più toccato l’argomento.

Ada iniziò a fissarsi con i fiori, passava ore intorno ai vasi del terrazzo, li curava come fosse l’unico modo per rassettarsi l’anima.

Non dissi mai nulla dei suoi capelli bianchi. Non dissi nulla nemmeno quando Ada smise di truccarsi: aveva rinunciato a cercare nello specchio le cause della fine del nostro amore, senza sapere che non era stata la sua bellezza a sfiorire troppo presto, ma il mio stupore. Avevo scoperto che giorno dopo giorno la bellezza di una donna diventa insignificante come una parola ripetuta troppe volte e non basta più a giustificare un legame, né a salvarti dal mondo.

 

La mattina bevevo molto caffè per riprendermi dagli effetti dell’alcol. Uscivo presto da casa. Ero un tassista poco socievole, salutavo i clienti giusto con un cenno, non davo seguito ai loro discorsi, li consegnavo al loro destino come pacchi vuoti. Trascorrevo l’intera giornata saltando da un indirizzo all’altro della città e sembrava l’unico modo possibile di girare intorno a quella voragine che mi si apriva dentro. A cena io e Ada non parlavamo mai, stavamo ognuno davanti a un piatto carico di una vita stoppacciosa da fare a pezzi piccoli piccoli affinché non ci strozzasse. Il matrimonio era diventato questo: masticare in silenzio e ingoiare. Sul tardi mi alzavo da tavola e mi congedavo senza troppe spiegazioni: «Esco.»

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Questa è una storia di fantasia
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