Altri 140 chilometri

Pa', le cose andranno così.

Le siepi ti gireranno intorno, perderai l'equilibrio, ti appoggerai al tronco della betulla, guarderai il palmo della mano, un blocco enorme di cielo peserà sui tuoi polmoni. A primavera i capogiri saranno più frequenti, le gambe ti cederanno, bestemmierai, vomiterai contro un cumulo d'erba appena tagliata, una macchia scura comparirà nei tuoi giorni, non potrai più guidare, appenderai ricette mediche allo sportello del frigo.

 

Altri 140 chilometri e sarò da te. Viaggerò da solo. La via Salaria da Monterotondo ad Antrodoco, un caffè al solito bar, proseguirò tra le curve e i ricordi accatastati sui fianchi delle montagne. A Sella di Corno assorbirò l'ombra della lunga strada alberata, raggiungerò L'Aquila, inseguirò nuvole annidate tra i bracci delle gru. Ti troverò in un letto di ospedale. Farai battute alle infermiere sui troppi prelievi di sangue. Non riderò, avrò la nausea del tuo umorismo di seconda mano. Sposterò accanto al tuo letto la sedia in laminato verde, siederò a braccia incrociate, staremo in silenzio senza alcun imbarazzo e a lungo. Lo sappiamo fare solo noi due. Sfoglierò la guida al modellismo navale, avrà la copertina sporca di colla vinilica e di segatura, pagine logore e lembi strappati, la rimetterò sul cumulo di riviste di enigmistica. Imparerò i difetti dei muri e i lividi delle tue braccia.

Ti porteranno il pranzo, non avrai fame. Il paziente del letto accanto avrà un buco in gola e un soffio di voce e le braccia esili come quelle di un ragazzino. Lo aiuterò ad aprire il contenitore della minestra e quando si sarà addormentato mi dirai che è uno stronzo rompicoglioni. I contenitori del tuo pranzo resteranno chiusi, la condensa appannerà le pellicole trasparenti, i cibi si raffredderanno sul comodino. Mi assenterò con la scusa di un caffè all'automatico, parlerò con il primario in una piccola stanza.

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Questa è una storia di fantasia
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