Ho bisogno di ombrelli da dimenticare. Dimenticare. Dimenticare, in un modo o nell'altro, è fondamentale.» Chen ha detto occhei e ha fatto alt con la mano, come a dire che non aveva capito niente né aveva il tempo di capire, è tornato dai clienti in fila alla cassa.
Alcuni ombrelli non li ho mai recuperati. Esiste una tacita legge, una sorta di usucapione del maltempo, per cui l'ombrello è di chi ne ha più bisogno e dopo un breve lasso di tempo subentra l'imbarazzo, sia da parte del proprietario che del detentore, di richiedere o restituire un oggetto di così scarso valore. Eppure dentro a certi ombrelli ci ho lasciato ricordi e speranze che hanno protetto dalla pioggia persone mai più riviste. E comunque finché non sei costretto a dimenticare ombrelli, significa che hai una vita piena, che qualcuno ancora ti pensa e ti cerca. Del resto il bar del paese è l'unico posto dove posso fare a meno degli ombrelli. Gli amici sono sempre lì, dal tardo pomeriggio fino a sera, con il buono e il cattivo tempo, le carte da gioco sparse sui tavolini, i bicchieri di vino e le storie da raccontare. Così affrontiamo i giorni.
Mio padre aveva tenuto lo stesso ombrello per tutta la vita. Oggi, che anche io ho un vincolo con gli ombrelli, potrei fargli domande che non gli ho mai fatto. Chissà che giorni di pioggia aveva conosciuto lui e perché ci teneva così tanto a quell'ombrello, al punto da ripararlo con cura ogni volta che si rompeva: aveva cambiato le stecche rotte, aveva aggiunto toppe, sostituito il manico. Si era sempre rifiutato di comprarne uno nuovo. Deve essere proprio una questione genetica questa fissazione degli ombrelli, una ossessione che attraversa le generazioni della mia famiglia.
Strani oggetti davvero gli ombrelli, complici delle pieghe del destino, a volte quelli perduti fanno viaggi imprevisti e tornano a sfiorare la tua vita.
Questa è una storia di fantasia
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