Ombrelli
Un ombrello da dimenticare a casa di qualcuno è fondamentale. Inoltre un uomo vecchio e curvo come me può sempre fingere che l'ombrello gli sia utile come bastone, anche nelle giornate di sole. A volte, lo confesso, ho comprato ombrelli da dimenticare in occasioni speciali, come qualche mese fa quando sono stato a casa di Clara. Lei sempre un po' distaccata nei miei cofronti, l'incontro era finito con le foto di morti sul tavolino, come ragazzini che scambiano le figurine, succede tra vedovi. Clara respingeva in ogni modo il mio desiderio di vederci più spesso, così non ero più andato a trovarla e lei non mi aveva più telefonato, sebbene avessi dimenticato un ombrello rosso sulla soglia del suo portone. Rosso, non a caso: un colore chiaramente riferito alle rose, ma le rose sarebbero state un dono troppo temerario. Un ombrello rosso porta il giusto messaggio con l'opportuna discrezione. È chiaro dunque, il verbo dimenticare ha per me un'accezione particolare, soprattutto quando il complemento oggetto è un ombrello. Dimenticare, per me, non è un verbo che denota mancanza di memoria o distrazione, piuttosto indica l'atto programmatico di costringere qualcuno a richiamarti per restituirti l'ombrello. Dimenticare per non essere dimenticati, ecco.
Con regolarità dimentico ombrelli a casa dei miei figli, sempre così indaffarati con i nipoti e i tanti impegni. La tecnica funziona e infatti spesso mia figlia telefona a tarda sera: «Pa', hai di nuovo dimenticato l'ombrello! Te lo porto domani.»
«No, no» rassicuro, «passo io! Così vedo anche i piccoli.»
Chen, titolare del negozio di Via Garibaldi, stravede per me e se ha una nuova collezione di ombrelli me la mostra con entusiasmo, lasciando attendere addirittura i clienti in fila alla cassa. Più di qualche volta ha provato a rifilarmi un impermeabile: «Più comodo!» ripeteva.
«No Chen, questo non posso dimenticarlo da nessuna parte.»
Chen ha alzato le spalle senza capire: «Dimenticale?»
«Sì, Chen.
Questa è una storia di fantasia
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