Introduzione
Stabilire se il remake vada inscritto tra i tanti sintomi della crisi del cinema, vera o presunta, o se invece debba essere eletto come simbolo di un’estetica del rifacimento, della replica – tendenza niente affatto estranea ad altre espressioni artistiche contemporanee –, è una questione che potrebbe non giungere mai alla fine.
Nel 1940, a proposito di due «rifacimenti olandesi», qualcuno scrive scandalizzato che «una volta queste cose capitavano solo a teatro», lì dove «ogni attore di grido aveva il suo “Amleto”», e spiega che se tutto questo succede è perché «anche il cinema è abbastanza vecchio da permettersi di ricalcare le strade con nuovi volti» (1).
Di cinema vecchio si continua a parlare dieci anni dopo, di un cinema «pieno di rughe come la grande Gloria Swanson in “Sunset Boulevard”», anche se stavolta l’autore ammette: «non siamo sicuri che un film di trenta anni fa, sia pure uno dei migliori, non ci annoi se lo rivediamo. Quello che ieri ci ha stregato, forse oggi ci fa semplicemente sbadigliare» (2).
Qualcun altro sostiene addirittura che «il 1955 passerà alla storia del cinema americano come l’anno dei film panoramici e dei “remakes”» (3), senza sospettare che in molti avrebbero detto la stessa cosa degli anni Settanta e Ottanta.
D’altra parte c’è invece chi, già durante gli anni Cinquanta, si augura che il cinema possa finalmente «avere un repertorio», dicendo che proprio come il teatro «ha i suoi Molière e i suoi Pirandello», così «il cinema avrà Chaplin e Dreyer» (4).
Insomma, detrattori e stimatori del rifacimento ci sono da sempre, proprio perché la tendenza a ripetere nasce insieme al cinema.
Il remake non è affatto una novità per il film.
Questa è una storia di fantasia
© Tutti i diritti sono riservati.