Vieni ad abitarmi
Vieni ad abitarmi. Sono l'ultimo piano delle tue ipotesi, al termine di una rampa di sospiri. Ti ho riservato stanze luminose, un armadio pieno di giorni, mensole per appoggiare speranze. Ho balconi sospesi sui desideri, pareti di vetro, sorrisi che sbocciano sui davanzali. Potrai affacciarti sul mondo dal mio lato migliore.
Vieni ad abitarmi, se puoi. Se vuoi, se lo credi opportuno. Te ne prego. Prova a dare un senso al mio angolo cottura. Usa i miei fornelli, riscalda ogni fantasia, traccia le nostre iniziali con il sale e lo zucchero, insegnami il sapore dei tuoi timori. Oppure cuoci la tua indifferenza con una spezia delicata fino renderla masticabile, digeribile. Sì, prova a dare un senso al colore delle mie tende, alle maioliche del mio cesso, alle vene della mia carta da parati, alle aritmie cardiache della mia caldaia, all'idraulica del mio sangue, ai miei fili di rame che si toccano e che bruciano nell'ultimo cortocircuito di un'emozione. Prova a guardare il mondo dalle mie finestre, spalancami su un paesaggio che tolga il fiato. Almeno una volta resta qui fino a tardi e indica una luce lontana prima di addormentarti nei miei lembi.
Ma tu non vuoi. Non vieni, non resti. Non rispondi. Non sai, non sei. Capisco, va bene, comprendo. Me ne farò una ragione. Non a caso sono sul fondo di una strada senza uscita. Allora, ti prego, lasciami sfitto e vuoto come tutti quegli appartamenti fatiscenti delle case popolari abbandonate. Vendi tutti i mobili, stacca i quadri dalle pareti, spegni ogni luce, svita le lampadine e frantumale in una busta di plastica, chiudi la porta, strappa il numero civico dalla parete, raschia con un sasso il nome della mia via, fai un viaggio in crociera e butta le chiavi nel più profondo degli abissi. I passanti guardando i miei balconi immagineranno che qui dentro ci sia una vita qualunque. A me sta bene così. Le crepe dell'umidità disegneranno sui muri la tua assenza.
Questa è una storia di fantasia
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