Scrivere storie in romanesco nell'epoca che ci vorrebbe tutti anglofoni è una scelta anacronistica, forse stravagante, sicuramente scomoda. Il dialetto, al contrario dell'inglese, taglia fuori ampie fette di pubblico, anche tra gli italiani stessi: da una parte quelli infastiditi dall'uso del romanesco, da loro forse interpretato come una sorta di invasione culturale a lungo perpetrata dalla televisione e dal cinema ai danni del resto d'Italia, almeno fin quando l'avvento della tivù commerciale non ha ristabilito un certo bilanciamento con i dialetti del Nord; dall'altra i puristi, convinti che nella Roma di oggi ci sia ancora chi parla come Belli o Trilussa e che dunque non approvano l'aderenza, sempre più marcata, del romanesco contemporaneo all'italiano.
Scrivere in dialetto quindi almeno apparentemente – significa farsi da parte, uscire dal mucchio, parlare a pochi. Eppure il romanesco – e questo è un dato oggettivo – usa lo stesso vocabolario della lingua italiana. Forse il romanesco, soprattutto quello attuale, non è nemmeno davvero un dialetto; lo spiega molto bene Tullio de Mauro citando Moravia: «piuttosto che un dialetto è una forma di italiano sfatto.»
Ecco, è proprio questa idea di «italiano sfatto» l'aspetto affascinante, perché dona al testo un senso di tessuto consumato, di muro scrostato, di usura; aiuta a delineare la psicologia di personaggi disincantati e stanchi del mondo. Oserei dire che il romanesco contemporaneo assomiglia più a uno slang che a un dialetto e, proprio per questo, fornisce un livello espressivo impossibile da riprodurre con la lingua italiana. Il romanesco (come del resto ogni dialetto) è una visione del mondo: nell'intimità cede il posto alla formalità della lingua ufficiale, un po' come quando, per stare più comodi appena tornati a casa, togliamo l'abito elegante e le scarpe e indossiamo il pigiama e le ciabatte. Forse ogni dialetto è una lingua in pigiama, una lingua intima, rilassata, è la lingua dell'affetto delle madri o quella che ci lega agli amici più stretti. Proprio per questo il dialetto a qualcuno può apparire fastidioso: è confidenziale, abbatte le gerarchie, schiva le barriere.
Il romanesco (forse il dialetto in generale) è spesso percepito come limite o come segno distintivo di specifiche classi sociali: è anche la lingua dei non scolarizzati, degli emarginati, dei più poveri, degli ultimi della classe, dell'ospite che non sa comportarsi bene a tavola. Ecco allora che il dialetto potrebbe anche rivelarsi una scelta di campo, una indiretta dichiarazione politica. Ma evitando di cadere in un eccesso di sofismi, il romanesco (o un qualunque altro dialetto) è lo strumento più efficace per allestire dialoghi credibili o, quando usato per la voce narrante, per stabilire un rapporto più intimo con il lettore. A me non interessa che i personaggi delle mie storie siano "romani de Roma", ma che siano verosimili, credibili, anche nei contesti più surreali. Anzi, spesso proprio le storie surreali raccontate in romanesco hanno un impatto significativo sul lettore, forse proprio per il contrasto così forte tra una lingua realistica e una situazione inverosimile. Insomma, quello che per semplicità chiamo romanesco, a me va bene pure che sia definito in altro modo: mi interessano gli obiettivi, non il mezzo linguistico in sé. Il mio dialetto non è un souvenir, un omaggio a Roma o alla romanità, ma è solo uno strumento in grado di esaltare alcuni aspetti del testo. L'italiano è, per sua natura, una lingua letteraria, alta, colta, mentre i miei testi vogliono essere antiletterari, privi di ambizioni culturali o intellettuali. In questo senso rientra anche la scelta del racconto breve, snobbato dall'editoria italiana e da molti lettori, che relegano invece solo al romanzo lo spazio di espressione di una letteratura alta. Per concludere, se volessimo paragonare la letteratura alla cucina, i testi in italiano sono il piatto dello chef stellato, quelli dialettali (almeno i miei) sono il piatto della casalinga, preparato giusto per sfamare.
In tutto questo in verità non c'è nulla di originale. Ancora una volta cito Moravia, che al tempo dei "Racconti romani" spiegava :
All'uso del dialetto corrisponde sempre da noi una crisi del linguaggio colto e dunque della classe dirigente, l'uso del dialetto in questi ultimi anni sta a indicare la crisi della lingua colta e della classe dirigente italiana [...]. Alcuni degli scrittori che adottano il dialetto lo fanno per esercitare una presa maggiore sulla realtà, soprattutto su certe realtà popolari: la loro sfiducia nella lingua colta ha dunque un significato prima ancora che filologico politico e sociale. Sia i primi che i secondi indicano la presenza di una grave frattura tra la classe dirigente e la cultura, tra gli intellettuali e la borghesia. È evidente che la lingua è il linguaggio della cultura e il dialetto quello della necessità, ma si direbbe che oggi da noi molto spesso necessità e cultura siano una sola cosa, e che quindi l'uso del dialetto sia giustificato e legittimo anche dal punto di vista culturale. Il che poi vuol dire che la nostra classe dirigente è incapace di cultura, allo stesso modo che la nostra cultura non ha le possibilità di imporre le proprie ragioni alla classe dirigente.
(Alberto Moravia, Racconti romani, appendice pg. 383, Bompiani, 2018)
Su questi temi non mancano interventi, anche illustri, come la seguente intervista a Pier Paolo Pasolini che ripercorre rapidamente le motivazioni storiche e sociali della spaccatura tra l'italiano, come lingua letteraria, e i dialetti.
Scrivere in dialetto significa anche imbattersi in problemi di trascrittura, altro campo di battaglia fra teorie discordanti e infinite che espongono ogni autore a ulteriore sconforto. Sicuramente scrivere in italiano è la soluzione più semplice per superare anche queste problematiche, ma per me significherebbe rinunciare a una dimensione espressiva importante. La mia produzione comprende anche testi in italiano, eppure l'ispirazione di alcune storie mi induce, senza alcuna esitazione, all'uso della prima persona e del romanesco. Storie che nella mia testa trovano vita solo con quello specifico linguaggio. Nulla mi impedirebbe di scrivere quella stessa trama, quegli stessi dialoghi, quelle stesse descrizioni in italiano, ma la storia avrebbe uno spirito diverso. È un po' quello che succede suonando la stessa melodia con due strumenti diversi. Il romanesco è, alla fine, nient'altro che uno strumento. Alcune storie suonano bene in italiano, altre meglio in romanesco, nulla di più.
Moravia sapeva già anche questo, lasciando tra le righe un ammonimento che forse prima o poi dovrò considerare:
Certo, quando si usa il dialetto per la prima volta, si ha come il senso di una liberazione, ma poi il dialetto diventa una limitazione peggiore della lingua: ci si accorge che in lingua si può esprimere molto di più.
(Alberto Moravia, Racconti romani, appendice pg. 384, Bompiani, 2018)